lunedì 11 aprile 2011

WELCOME - INTERVISTA A PHILIPPE LIORET

Cari ragazzi,

l'ultimo film del ciclo di proizioni, sarà WELCOME (Philippe Lioret, Francia, 2009).


Il film racconta una vicenda legata al tema dell'immigrazione clandestina. Abbiamo scelto di inserire questo film al posto di quello che lo precedeva per via delle vicende di stringente attualità che stanno coinvolgendo l'Italia e le zone di frizione del Maghreb in cui sono da mesi in atto una serie di rivoluzioni che stanno rivoluzionando l'assetto politico dell'Europa e delle sue zone limitrofe. Una serie di eventi che stanno comportando una crisi senza precedenti nella regolazione dei flussi migratori nel bacino del Mediterraneo, una crisi la cui conseguenza più concreta per l'Italia e l'Europa è il progressivo collasso dei centri di accoglienza italiani e in particolare dell'isola di Lampedusa, che, in virtù della sua particolare ubicazione geografica, si dà come un caldissimo punto di frizione di questa crisi, che sono stati colti impreparati da un'impennata degli sbarchi clandestini susseguenti l'inizio delle ostilità in Nord Africa.



L'INTERVISTA


Qual era il suo intento realizzando Welcome? Quello di educare oppure di denunciare?


Non voglio generalizzare ma c’è davvero un populismo dilagante che mi interessava indagare. Un film non deve avere una funzione specifica, né mandare dei messaggi. Per quelli esiste la posta come diceva Alfred Hitchcock. Nelle proiezioni cui sono stato presente, tutti condividevano gli argomenti di cui parlavo, ma almeno la metà avevano probabilmente votato questo governo, altrimenti non si spiegherebbe la sua vittoria alle elezioni. La verità è che abbiamo tutti istinti bassi e oscuri, ma al giorno d’oggi i media sembrano mirare a tirare fuori proprio quel peggio che è in ognuno di noi. Fanno venire fuori la nostra parte più populista, ecco perché il mio film non è un atto di ribellione, ma un atto civile e di coscienza.


Welcome in Francia ha avuto molto successo e ha scatenato un forte dibattito che ha portato un ministro a criticare duramente le sue parole con le quali aveva paragonato le leggi sull’immigrazione in Francia a quelle degli anni del Nazismo quando i cittadini erano obbligati a non prestare assistenza agli ebrei. Come sono andate le cose?


Sì, si trattava del Ministro dell’Immigrazione e dell’Identità Nazionale. È stato un Ministero istituito da Sarkozy; prima non c’era. Ci tengo a sottolineare che avere questo Ministero, è servito a conquistare molti voti. Pensate che il signore in questione prima era un socialista e poi ha cambiato schieramento appena ha visto da che parte tirava il vento. Per screditare il film ha usato quella mia frase facendomi passare per antisemita, ma io volevo solo dire: attenzione, tutto ha cominciato così.


Calais è un punto nevralgico di passaggio, sia a livello commerciale che di immigrazione. Come sono andate le cose?


Abbiamo girato a Calais per undici settimane e abbiamo avuto la fortuna di trovarci durante il passaggio tra un sindaco e l’altro. L’attuale sindaco probabilmente non ci avrebbe mai concesso i permessi. Il nostro direttore di produzione ha stretto un buon rapporto con il sottosegretario della città che veniva spesso ad assistere alla riprese e a farci visita con la famiglia sul set. L’arrivo di una troupe cinematografica viene visto più o meno come l’arrivo del circo e fa molta meno paura rispetto a un gruppo di giornalisti televisivi, impegnati in ricerche ed inchieste. Probabilmente durante tutto il tempo delle riprese non ha capito bene di cosa parlasse il film.


Come è riuscito a trovare un equilibrio tra gli aspetti documentaristici e la struttura da film di finzione?


Io parto sempre dai personaggi e, vi avverto, amo la finzione. A Calais ho incontrato degli immigrati, in particolare un giovane di 17 anni che voleva ritrovare la sua ragazza in Inghilterra. Perché non esiste soltanto un’immigrazione per cause politiche ed economiche: sono numerosi coloro che cercano di ricongiungersi con la famiglia. In seguito, ho sentito di questi ragazzi che avevano tentato la traversata a nuoto. Ho fuso i due personaggi in uno e poi ho conosciuto il marito di una volontaria, un uomo stufo della vita che la compagna conduceva, e mi sono ispirato a lui per l’altro protagonista.


Come ha scelto il suo Bilal?


Questo non è stato facile. Perché lui doveva portare il tutto il peso del film sulle spalle. Abbiamo viaggiato per settimane da Berlino a Istanbul, da Londra alla Svezia, dove vivono grandi comunità di curdi. Alla fine abbiamo scoperto Firat proprio in Francia. Ovviamente, non era un professionista e le prime prove erano… come dire curiose. Ma si è creato un forte feeling tra me e lui. Avevamo una straordinaria intensità ed aveva un’autenticità unica. E per me questo era importante. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

©CultFrame 12/2009

sabato 19 febbraio 2011

Che cosa rimane di un film?

Viaggio alla Mecca
Le Grand Voyage - 1h 47'

Regia: Ismaël Ferroukhi


Che cosa rimane di un film? Spesso la memoria di una manciata di secondi, sequenze toccanti o suggestive che segnano un retrogusto in grado d’imprimersi in quello che si chiama l’immaginario, magari non collettivo ma semplicemente nostro, privato.
Viaggio alla Mecca, film presentato alla Settimana della Critica al festival di Venezia del 2004 dove gli è stato attribuito il Leone del Futuro, ci è rimasto dentro. Sul finale il regista Ismaël Ferroukhi ci regala una sequenza di struggente bellezza con milioni di fedeli in pellegrinaggio alla Mecca. Una scena epica, di sapore classico, che propone il senso di una ricerca della spiritualità, dell’essenza di una dimensione umana, di un intimo percorso di redenzione, vissuto nel colloquio col Divino. Ma non è solamente per il suo finale che il film di Ferroukhi merita di essere visto: si tratta di un intenso road-movie narrato come un viaggio d’iniziazione, la descrizione di una esperienza di conoscenza che mette in primo piano il valore stesso del vivere appesi come siamo all’esile filo del Male e del Nulla, alle abbacinanti tentazioni che ci travolgono.

Secondo i dogmi della religione musulmana è la morte il polo attraente capace di dare senso alla vita, mentre ogni peccato ci porta inevitabilmente a deviare dalla retta via della conoscenza. Elevarsi a Dio è una disciplina necessaria: quello che l’anziano Mustapha (Mohamed Majd) avverte fin dall’inizio del film è l’esigenza di chiudere un cerchio compiendo un viaggio verso la Mecca in automobile, abbracciando una prospettiva senza tempo per recuperare il proprio tempo interiore. L’incipit ci mostra due fratelli in un cimitero d’auto impegnati a cercare la portiera dell’automobile, mezzo del fatidico viaggio. Rèda (Nicolas Cazalé) è il figlio minore di Mustapha e tocca a lui accompagnare il padre. I due non mostrano d’andare d’accordo: Rèda è indifferente riguardo alla tradizione, preferisce pensare alle donne, non rifiuta di tracannare birra, è insomma un peccatore fiero di esserlo. Mustapha gli tiene testa, con severa tenacia, inseguendo la propria meta con determinazione e fidandosi, più che delle carte geografiche, delle posizioni del sole che lo guidano sulla rotta. Lo scontro di caratteri e di solitudini opposte genera una consapevolezza che prepara nuove maturazioni. Mustapha rifiuta di sottostare alle regole di un progresso in cui egli intravede una minaccia: arriva così persino a gettare nella spazzatura il telefonino del figlio, poiché l’unico contatto che vuole avere è quello privato col suo Dio, attraverso la preghiera.

Durante il tragitto che conduce la coppia dalla Francia attraverso l’Italia (Rèda è sedotto da Milano capitale del consumo che il padre gli impedisce di visitare) fino in Slovenia, in Turchia e poi in Siria, una misteriosa figura di vecchia appare e ricompare continuamente. Per il giovane la conquista di una dimensione spirituale sarà lenta e graduale e arriverà al momento fatidico del passaggio di testimone, con la morte del padre, una vocazione filiale sintetizzata poi in un semplice gesto di carità. Il film tocca vertici di lirismo quando impasta sapientemente i caratteri dei protagonisti con la natura che li circonda (si veda la sequenza del risveglio nell’automobile perduta in un deserto di neve). Alle suggestioni contribuisce la materica colonna sonora di Fowzi Guerdjou. Ma è nel ritmo avvincente e ieratico che Viaggio alla Mecca trova il suo respiro ideale, nell’intarsiarsi di dialoghi e di silenzi assai allusivi, capaci di restituire la necessità di questo colloquio col sublime, con la bellezza di una fede vissuta nel silenzio interiore, capace di resistere al rumore, spesso intollerabile, del mondo odierno.

© 2006 reVision, Francesco Puma

giovedì 17 febbraio 2011

VIAGGIO ALLA MECCA - DIBATTITO

Cari visitatori,
dopo la discussione di oggi pomeriggio su VIAGGIO ALLA MECCA, vi propongo 2 tracce per proseguire la discussione da qui al 18 MARZO, appuntamento per la proiezione del 3° film, IL VENTO FA IL SUO GIRO di Giorgio Diritti.



TRACCIA 1:
Durante il dibattito sono emersi degli spunti interessanti di analisi su VIAGGIO ALLA MECCA (il rapporto padre/figlio e la sua evoluzione nel corso del film, la presenza dell'interrogativo religioso/spirituale, il personaggio del padre e la sua "spiritualità", la presenza dei vari personaggi secondari che i due incontrano sul percorso, il senso della tradizione familiare, nell'attaccamento del personaggio del padre alla vita, ecc.). Aggiungi anche tu degli spunti di discussione, commentando questo post. Ricordati di inserire un titolo nel tuo commento che ci permetta d inidividuare i vari filoni di discussione.

TRACCIA 2:
A lezione abbiamo visto i primi 3 minuti de IL GIARDINO DEI LIMONI e di VIAGGIO ALLA MECCA. Abbiamo visto in che modo, nei due film, Eràn Riklis e Ismael Ferroukhi intrroducono i vari personaggi, presentano le due situazioni, ci forniscono informazioni sui rapporti tra i personaggi. Nel dibattito in classe abbiamo individuato, "a caldo", varie differenze sia neio contenuti che nei modi di costruire questi film.
Qualsiasi spunto di analisi è gradito :-)

Grazie di nuovo a tutti per la lezione di oggi e un abbraccio collettivo!

S/F/B

martedì 1 febbraio 2011

IL GIARDINO DEI LIMONI #2

Cari visitatori,
vi posto qui alcuni passi dell'analisi che avevo fatto io su carta de Il giardino di limoni. Vi metto anche il minutaggio.
Poi magari vi metto qualche foto.

Vi propongo un'esercitazione: scegliete una sequenza qualsiasi, da un film a piacere, e provatre a fare un lavoro analogo. Se non ve la ricordate, potete cercarla su youtube. Cercate di utilizzare gli strumenti che abbiamo usato a lezione.


ESEMPIO 1:

“Buca” a pranzo (3.30)

INFO NAVON

Presentazione di Israel. Sappiamo chi è e che posto occupa. Lo sappiamo attraverso la tv (nel film accadrà spesso che otteniamo delle informazioni su di lui tramite la tv)

INFO SALMA

Abbiamo delle informazioni sul personaggio di Salma: dopo aver detto che le mancano i figli, telefonano per dire che non verranno; chiede a Abu Hassan se vuol restare e se si vuol portare via qualcosa (istinto di madre; solitudine, amici che si sottraggono; tristezza, rarefazione)

INFO ABU HASSAN

Il personaggio è l’unico che non ci viene in qualche modo presentato (Salma attraverso i limoni, Israel tramite la tv, mira tramite le voci off nella scena dello scarico dei mobili)



ESEMPIO 2:

Primo dialogo tra Israel e Mira (6.32-8.08)

INFO SHELLY

Shelly e Israel si scambiano uno sguardo di intesa. Successivamente, si incontrano e si toccano, con una sfumatura di intimità. Mira li vede e inizia quel mini-subplot del sospetto di mira su Shelly. Si usa una combinazione della soggettiva di Mira attraverso il finestrino, un elemento che sancisce una serie di separaqzioni: Israel/Mira, marito/moglie, fuori/dentro, movimento/stasi, minaccia/sicurezza.

INFO TAMAR

Israel parla per la prima volta della sua amica giornalista

INFO SITUAZIONE

I dialoghi restituiscono la situazione del luogo

INFO MIRA

Gesto di mettere a posto la cravatta (lo farà altre volte nel film, caratterizza il suo personaggio in relazione al marito e al ruolo della donna)

INFO ISRAEL/MIRA

Scambio di battute su proteggerti/proteggerci: i due hanno una diversa concezione del loro rapporto




ESEMPIO 3:

Segreteria telefonica di Sigi (8.15)

INFO SIGI

Attraverso la segreteria telefonica sappiamo chi è Sigi (espediente interessante e simpatico). Attraverso la sa storia di studentessa, collochiamo ulteriormente i Navon da un punto di vista sociale.

INFO MIRA

Sappiamo che è architetto. Sappiamo che forse non lavora. Deduciamo altre possibili considerazioni sulla sua condizione di donna.


ESEMPIO 4:

Ziad (18.20)

INFO ZIAD

Ci vengono presentati vari aspetti del personaggio: ha l’ufficio in un campo profughi, è un posto disordinato, l’elemento delle sardine, la puzza delle mani, si presenta in felpa del Brasile(?). C’è un lieve aspetto comico nella presentazione del suo personaggio.

domenica 23 gennaio 2011

IL GIARDINO DEI LIMONI #1



Cari visitatori,

ecco un articolo trovato su internet a proposito de "Il giardino dei limoni" che vedremo giovedì.

Buona lettura! E se avete qualsiasi domanda, o qualsiasi commento sull'articolo in questione, non esitate e scrivete pure qui sul blog!

Simone


***


Lemon Tree, film diretto dall’israeliano Eran Riklis, già autore di Zohar e La sposa siriana, racconta la storia coraggio di una donna, Salma, interpretata da Hiam Abbass, una vedova palestinese che vive in un villaggio della Cisgiordania.

Palestinesi ed isrealiani sono stati spesso protagonisti di film interessanti, soprattutto ai festival. Il tema è scottante, delicato, sempre di attualità e si presta facilmente al coinvolgimento o alla partigianeria.

Il giardino dei Limoni, presentato in anteprima al Festival di Berlino 2008, e nella sezione fuori concorso alla 26ma del TFF, è un leggerissimo racconto, visto dall’altra parte del mondo, il Medio Oriente, paese in continua evoluzione; speranza, ottimismo, pessimismo, nuovi orizzonti, rivoluzioni, un giorno nuovo, il futuro, il passato, sono parole usate per descrivere la situazione di un luogo dove è accaduto di tutto.


Limoni VS Olivi

Non esistono molti film dedicati ai giardini e alle piante, anche se in quelli che raccontano della situazione tra Israele e Palestina si tratta spesso il tema della devastazione del territorio e dello sradicamento degli olivi. Io però volevo usare una pianta differente, sempre molto presente nella nostra terra, ma che non desse, con la sua presenza, una connotazione così forte e pesante. Il limone è una pianta semplice e leggiadra, dai frutti bellissimi ma che praticamente non si possono mangiare e soprattutto non è carica del significato morale e storico che ormai viene dato all’olivo.


Film non manipolato

I registi che affrontano il tema di questa guerra tendono a schierarsi da una o dall’altra parte. In questo io sono orgoglioso di me perché penso che fino a che questo sarà il modo di vedere il conflitto non si faranno mai dei passi avanti. Ho cercato nel mio film di mostrare le due realtà in contrapposizione senza manipolarle. Anche la scena degli alberi tagliati è reale, così come lo è la speranza che questi alberi un giorno possano tornare ad essere pieni di limoni.


La moglie del Ministro

La moglie del Ministro non è altro che il simbolo della volontà di entrambi i popoli che questa situazione cambi verso la pace. La gente è stanca, depressa, in crisi e vorrebbe tornare a vivere un’esistenza normale. D’altra parte però ogni giorno questi popoli si svegliano e devono fare i conti con un passato di sofferenza, di lutti e di sangue. Nasce quindi una contrapposizione tra quello che si vorrebbe per il proprio bene e ciò che ognuno deve ricordare come proprio vissuto. A causa di questo pensiero perpetuo cresce una sorta di egoismo negli animi delle persone, che le porta a non vedere e più spesso a non capire i bisogni e i coinvolgimenti di chi abita loro accanto.


Mai oltre la realtà

La realtà che il nostro territorio sta vivendo è conosciuta da tutti, ma questo non è il punto d’arrivo. Sicuramente è importante la presa di coscienza di un fatto così grave, ma è fondamentale andare oltre per poter risolvere il problema. Nel film questo aspetto è riflesso nella metafora del frutteto. La moglie del Ministro infatti trova il giardino dei limoni meraviglioso però non riesce ad andare oltre a questa bellezza, non trova e non capisce la necessità di doverlo distruggere.

CINEMA, INCONTRO FRA LE CULTURE







CINEMA, INCONTRO FRA LE CULTURE

Cari visitatori,

questo è il primo post del blog PeanoCinema. Il blog sarà il luogo nel quale, nel corso del nostro itinerario tra i quattro film scelti, pubblicheremo del materiale sui film, sui registi, sulla realtà di riferimento di cui i film raccontano. Un luogo al quale tutti voi potrete accedere e potrete commentare i post che verranno scritti, un luogo nel quale potremo continuare a discutere dei film anche fuori dall'orario di lezione.

Il progetto di quest'anno è CINEMA, INCONTRO FRA LE CULTURE. Il progetto è un cineforum, a cura mia e delle professoresse Francesca Petrignani e Barbara Maso, e prevede un ciclo di quattro proiezioni cui seguirà una lezione di dibattito. Alla fine del percorso è previsto un incontro conclusivo.

La cadenza degli incontri è mensile. I giorni del cineforum sono il martedì, il giovedì e il venerdì. Presto pubblicheremo tutte le date del calendario.

Il prossimo incontro del cineforum avrà luogo giovedì 27 alle 14,30 con la visione de "Il giardino dei limoni" di Eràn Riklis.

Vi aspettiamo numerosi!